COSA RESTERÀ DEL CAMPIONATO 2017/2018

Finalmente il campionato italiano si avvia alla sua conclusione. A prescindere dai suoi verdetti e da quanto questi ci abbiano soddisfatto come tifosi o semplici amanti dello sport, quella 2017/2018 si appresta a passare alla storia come una delle stagioni più emozionanti del nostro calcio, ma anche come una delle più discusse. Merito di una corsa scudetto bella e sanguinosa tra Juventus e Napoli, un duello equilibrato per almeno 35 delle canoniche 38 giornate di Serie A, e che he reso quest’ultima la più avvincente rispetto alle altre grandi leghe europee (i cui vincitori sono noti da settimane se non addirittura da mesi). Demerito, manco a dirlo, della stessa corsa scudetto, tanto ben combattuta in campo quanto esasperata fuori tramite provocazioni, polemiche, accuse che hanno spesso coperto con un velo di tristezza quanto di bello la sana competizione sportiva aveva portato al campionato. Oggi, a bocce sostanzialmente ferme e in maniera quanto più oggettiva possibile, proviamo a tracciare una sintesi della stagione appena conclusa attraverso l’analisi dei suoi protagonisti: i vincitori, i vinti, l’ambiente che li circonda.

Le sette vite della Juventus

Siamo consapevoli che, per quanto la cosa possa non piacerci, nessun discorso sportivo può prescindere dalla debita premessa sul più forte e quest’anno la Juventus si è dimostrata ancora, indiscutibilmente e al netto di ogni polemica, la squadra più forte d’Italia. E, anche se con qualche difficoltà in più rispetto agli anni precedenti, è riuscita comunque ad aggiudicarsi il settimo scudetto consecutivo. Presentatasi al nastro di partenza come la compagine da battere, ha fatto valere la superiorità di una rosa completa e devastante e una mentalità che, a parafrasare le parole di Chiellini (chiaramente indirizzate alla provocazione di Insigne sulle finali di Champions perse dalla Signora), è vincente già solo nell’intenzione di affrontare partite e campionati con la voglia di giocare sempre a viso aperto, con la rabbia di non concedere mai niente. La prestazione, superba, di Madrid è l’esempio più lampante che un ambiente costruito per il successo sa trasformare in un’iniezione di autostima anche la più bruciante delle sconfitte. La Juventus ha giocato un intero campionato in scia al Napoli senza mai perdersi d’animo, lottando settimana dopo settimana, superando gli Azzurri al momento opportuno e restando in sella con freddezza e lucidità. Un unico appunto, piccola macchia nera sulla veste bianca del trionfo: a vedere gli scatti d’ira di Allegri, la bile di Benatia, la tracotanza di Dybala, viene da pensare che questo gruppo abbia dato alla competizione sportiva ben più della sua importanza. L’insicurezza e le pressioni fan parte del gioco, che gioco è di nome e di fatto, e un po’ di eleganza anche da parte dei primi della classe non guasterebbe affatto. D’altronde i migliori lasciano che siano i fatti a parlare per loro, senza bisogno di umiliare nessun avversario più di quanto possa fare una classifica finale.

Il Napoli e l’importanza di un sogno nel cuore

L’intima alchimia di un gruppo coeso, il trionfo a Torino, persino una nevicata epocale per queste latitudini: a giudicare dai tanti indizi, a Napoli tutti pensavano che questo fosse l’anno buono per coronare la passione di una piazza che non vince da tanto. E invece la furia irreprensibile della realtà ha dimostrato che spesso avere un sogno non basta, non bastano il miglior gioco d’Italia e tifosi calorosi. Perché un sogno chiamato scudetto diventi realtà servono una dirigenza solida e affezionata, una rosa armata fino ai denti e tanta, tanta testa. Il Napoli ha pagato con la vita la stanchezza dovuta a una panchina troppo corta e la deconcentrazione nelle partite finali, decisive per il titolo e in cui quindi ci si aspettava che il desiderio di rivalsa superasse la spossatezza. Così non è stato, ma ai ragazzi di Sarri resta la consolazione niente affatto magra di aver giocato una stagione straordinaria e ben al di sopra delle proprie possibilità, risvegliando la speranza e il senso di comunità di un popolo tante volte sfortunato e regalandogli un viaggio bellissimo a prescindere dalla meta. E, perché no, prendendosi i complimenti vivissimi dei tanti calciofili italiani a cui hanno dimostrato che la Juventus non è poi così imbattibile, e che con volontà e spinta del pubblico le si può dare ben più di una semplice preoccupazione. Anche a Napoli, per concludere, una piccola macchiolina nel cielo azzurro: il vittimismo un po’ pittoresco di alcuni sostenitori partenopei nei confronti del sistema calcistico e degli odiati rivali bianconeri. Il napoletano, scriveva Eduardo De Filippo, deve difendersi sempre con l’orgoglio della propria cultura, e quest’anno i napoletani hanno tanto di cui essere orgogliosi. Non si lascino prendere dalle chiacchiere da bar, e restino fieri come sanno. Perché non c’è vittoria più bella dell’essersi battuti con dignità.

Davide contro Golia, un duello senza vincitori

Mai come in questa stagione che li ha visti contendersi un campionato all’ultimo respiro, quella tra Juventus e Napoli è stata una dicotomia iconica. Nord contro sud, continentali contro latini, ricchezza contro povertà. Potremmo andare avanti all’infinito, anche nel modo di giocare. Fisico contro velocità, tecnica contro tattica, pragmatismo contro diktat. E, se volete, campione contro sfidante, aristocrazia contro popolino. La Juventus che ha vinto tutto e che vince da sempre, il Napoli che nella sua storia ha vissuto poche gioie e tanti dolori. Di fronte a un simile duello tutti i tifosi d’Italia si sono trovati, più o meno inconsciamente, a dover decidere da che parte stare, se parteggiare per l’ordine costituito o per la rivolta. E in entrambi i casi, la trance agonistica è sfociata in risentimento, rancore, odio sincero, a tratti razzismo. D’un tratto, a ogni errore arbitrale tutti gli juventini rubavano, pagando il fio di scandali sportivi che non furono certamente colpa loro, a ogni trasferta tutti i napoletani puzzavano, pagando il fio di epidemie di colera che non furono certamente colpa loro. E entrambi, juventini e napoletani, non erano liberi di godersi la propria fede calcistica, e tutti gli altri, quelli che accusavano i i primi o i secondi, perdevano senno e dignità danzando allegramente sul confine tra gioco ed offesa. Inutile dire che non è questo il tifo che ci piace, specie se accompagnato da una totale mancanza di empatia che si insiste a mascherare come “sano sfottò”. L’eliminazione della Juventus dalla Champions League, il sogno scudetto del Napoli matematicamente svanito, e via al godimento generale, alla gioia per le sconfitte degli altri piuttosto che per le proprie vittorie. Un comportamento tipicamente italiota, vile e anche un po’ patetico, che rischia di fare solamente vittorie mutilate, svilendo i meriti sportivi di chi se le è guadagnate con tenacia e fatica.

Menzione d’onore: l’esempio del Benevento

In un campionato equilibrato su tutti i fronti, dalla lotta scudetto a quella per non retrocedere passando per la corsa all’Europa, l’handicap del Benevento è apparso subito evidente. Nonostante una campagna acquisti confortante e il calore del pubblico, le difficoltà dei sanniti in massima serie sono emerse rapidamente, e la sfortuna in zona Cesarini ci ha messo del suo. Nonostante ciò, i tifosi giallorossi non hanno fatto mai mancare il loro apporto alla squadra, nemmeno quando la retrocessione del Benevento, annunciata da mesi, è diventata il primo verdetto ufficiale del campionato. Un sostegno per puro amore del gioco e dei colori, senza violenza, senza contestazioni, immensamente grato a dirigenza e giocatori per una parentesi bellissima. Fermo restando il fatto che scendere di categoria è un arrivederci e mai un addio, il comportamento encomiabile dei supporters beneventani sarebbe d’esempio a tante piazze, frustrate ed esasperate, sparse in lungo e in largo per lo stivale.

VAR: stavamo meglio quando stavamo peggio?

Il progresso scientifico è fatto per essere applicato e semplificarci la vita. Eppure, inutile mentirci, la stagione di debutto della tecnologia VAR è stata caratterizzata da una quantità inaspettata di sviste e contestuali polemiche. Senza voler minimamente insinuare che gli arbitri operino in malafede, c’è da ammettere che nel corso del campionato sono stati tanti gli episodi dove gli stessi direttori di gara hanno dimostrato che il meccanismo in questione è ancora da rodare, e non certo per colpa della tecnologia. Il VAR, fornendo una prova oggettiva e inconfutabile, è sicuramente un garante dell’equità in campo ma, se non viene utilizzato come dovrebbe, le sue grandi potenzialità rimangono inespresse. In altre parole: se il ricorso al VAR, introdotto per tutelare il gioco anche in previsione degli errori arbitrali, rimane una opzione a discrezionalità degli arbitri, siamo punto e a capo. In questi giorni abbiamo sentito un paio di proposte, provocatorie ma forse neanche tanto, che potrebbero fornire una soluzione in tal senso: la prima è quella di una “cabina di regia” autonoma e super partes, che si occupi di analizzare in tempo reale le contestazioni provenienti dalle diverse partite. La seconda, simile al celebre “occhio di falco” di ispirazione tennistica, prevede di affidare ai due allenatori in campo un numero limitato di chiamate (ad esempio, 2 per tempo di gioco) per analizzare al VAR un’azione dubbia. A noi sembra efficace quanto semplice, e a voi?

La tragedia Astori: perchè Davide non sia morto invano

Della scomparsa, a soli 31 anni, del capitano della Fiorentina il giorno prima della partita di Udine si è già parlato, giustamente e dolorosamente, tanto. Oltre il dramma che ha scosso le vite dei familiari, amici, compagni di squadra di Davide è stato disarmante toccare con mano il vuoto che lascia la scomparsa di una persona per bene, ma anche la forza con cui riesce a scuotere il mondo a cui questa appartiene. Se da un lato l’intero movimento calcistico italiano è riuscito a riscoprirsi sensibile ed unito al di là delle rivalità più o meno esasperate che il campionato alimenta, dall’altro ognuno di noi, nel suo piccolo, non può non aver pensato per un solo momento a quanto sia fragile quest’esistenza, e a quanto sia bella e preziosa, e a quanto siamo stupidi a farci dei nemici per quello che dovrebbe essere un gioco, per qualcosa che per definizione dovrebbe unire e insegnare a condividere. Perché, per quanto offensivo possa sembrare, la morte di Astori ci ha unito tutti, ci ha fatto condividere tutti la stessa malinconia per un ragazzo che in qualche modo era caro a ognuno di noi, perché parte di una grande famiglia che domenica dopo domenica ci accompagna e diverte tutti. E dovremmo ricordarci più spesso di come ci sentivamo in quelle ore, quando riscoprivamo nel modo peggiore che le priorità della vita sono altre che litigare per un pallone, e che piuttosto dovremmo imparare a viverlo a cuor leggero. D’altronde, il senso dello sport, forse della vita, è tutto qui.

Francesco Verrone Written by:

Aspirante ingegnere, aspirante musicista, aspirante scrittore, esperto in aspirazioni.