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Il lungo viaggio di Sadio Mané

Dalle strade impolverate di Sedhiou alla finale di Kiev

 

L’inizio.

2007, Sedhiou, piccola città del Senegal meridionale.

Il caldo è come sempre insopportabile, il mercato di Sedhiou brulica nella sabbia. Oggi si parla soltanto di Sadio, il ragazzino alla fine è partito davvero. Un viaggio di 500 miglia tra giungla e polvere, fino a Dakar, lì dove qualcuno ha detto che forse ci sono dei provini, forse.

Sadiò è già un fenomeno, ma il calcio è pieno di storie di osservatori distratti, di sviste e di rimpianti. Persino Isco fu scartato da un osservatore dello United “Perché aveva la testa troppo grande rispetto al corpo”. Non è questa però la storia di Mané:

“C’erano moltissimi bambini, organizzarono delle squadre. Non lo dimenticherò mai. È divertente ora, ma allora non lo fu affatto. Quando sono arrivato c’era un uomo più anziano che mi guardava come se fossi nel posto sbagliato. Mi chiese “sei qui per il test?” Annuii “Questi stivali… guardati, come puoi giocarci?” Era cattivo, ma anche i miei stivali erano pessimi, strappati e vecchi. “E quei pantaloncini? Non sono da calcio”. Lo supplicai di provare lo stesso. A fine partita tornò da me “Tu giocherai nella mia squadra”. Quando andammo via mi teneva per mano.

 

La svolta.

2009, Dakar, Generation Foot.

Erano quasi due anni che Sadio giocava tra le fila del Generation Foot, una squadra di Dakar con una storica accademia che aveva cresciuto alcuni idoli dell’infanzia di Sadio come Diafra Sakho e Papiss Cisse, quando arrivò la chiamata del Metz.

Inizia una nuova avventura, ma le cose non vanno bene. Mané non trova molto spazio, la squadra gioca male e nel 2014 retrocede. Il club allora deve vendere molti dei suoi giocatori ed il Salisburgo sta cercando giovani.

Detto, fatto. Sadio vola verso l’Austria con la voglia di riscattarsi e di dimostrare il suo valore. Il giovane senegalese inizia a seminare il panico nelle fragili difese austriache. Saranno due anni giocati ad alti livelli: 63 presenze, 31 goal.

 

Il sogno.

2014, Salisburgo, Red Bull Arena.

Tutto il pubblico è in piedi per salutare Sadio. Da queste parti non passano spesso giovani di così chiaro e grande talento. Ed è proprio per questo che nessuno riesce a biasimare quel ragazzino per aver accettato l’offerta del Southampton.

La Premier League ha chiamato, e Sadio risponde con due stagioni ad altissimi livelli. Non ci sono più dubbi, quel ragazzino velocissimo, venuto da chissà dove, è un campione vero.

2016, Dal Southampton al Liverpool.

Un altro talento, tedesco, era arrivato in quegli anni a far parlare di sé in Premier League: Jürgen Klopp. L’allenatore dei Reds, che già qualche anno prima aveva individuato il talento cristallino di Mané, riuscì nel 2016 a farlo vestire di rosso. Sadio si ritrova, con Firmino e Coutinho, a completare un tridente giovanissimo che diventa devastante con l’arrivo di Salah.

 

La finale.

2018, Kiev, NSC Olimpiyskiy Stadium.

Per tutti era la partita di Salah contro Ronaldo, Davide contro Golia. E in palio c’era molto di più che una coppa dalle orecchie grandi. Il destino però a volte è beffardo: Salah esce dopo pochi minuti per infortunio, Karius regala due goal al Real, Bale segna uno dei più bei goal della storia della competizione, il Real vince la terza Champions consecutiva e Ronaldo cattura tutti i riflettori e i microfoni annunciando, forse, la fine della sua era al Real.

In pochi invece hanno parlato di Sadio Mané, il ragazzino che si è caricato i Reds sulle spalle e che per un palo, più che per un pelo, non ha scritto la storia. Mi piace pensare che la notte, dopo la finale, Sadio abbia ripensato a quel primo provino, alla polvere e che abbia realizzato che, nonostante tutto, nonostante Kiev, il suo lungo viaggio sia soltanto all’inizio e ancora tutto da scrivere.

Marco Maraziti Written by: