La storia nel calcio: i Balcani

Ex-Jugoslavia: dall’unità socialista, attraverso il calcio di Boban, fino all’esasperato odio di oggi

 

 

I Balcani sono tradizionalmente una regione instabile dal punto di vista politico e sociale, in cui talvolta le questioni finiscono per essere affrontate con la violenza. Per questo motivo, in italiano (seguendo quanto già fatto in inglese) è stato coniato il termine balcanizzazione che indica un “processo storico-politico che porta una regione in condizioni di grave, quasi endemica instabilità“.

Dal teatro allo stadio.

Ai tempi dell’imperatore romano Ottaviano Augusto (63 a.C.-14 d. C.), il teatro aveva una grande importanza per il confronto fra il sovrano e la popolazione. Ottaviano partecipava agli spettacoli, ricevendo dal popolo ovazioni di consenso o, più raramente, manifestazioni di malcontento. In una situazione in cui il potere era saldamente in mano all’imperatore, questo era uno dei pochi momenti in cui la popolazione poteva esprimere i propri sentimenti.

Oggi, nonostante le possibilità per far sentire la propria opinione siano aumentate, lo stadio rimane un luogo privilegiato per manifestare sentimenti e pensieri di natura anche politica e sociale. Osservando il comportamento del pubblico durante le manifestazioni sportive, è possibile cogliere delle tendenze di pensiero che caratterizzano la società in questione. Così, la situazione politica e sociale dei Balcani fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta può essere letta attraverso una partita: la partita mai giocata fra Dinamo e Stella Rossa.

La partita mai giocata.

Era il 13 maggio del 1990. A Zagabria sarebbe dovuta andare in scena la partita fra la Dinamo Zagabria e la Stella Rossa di Belgrado. Il match, invece, non è mai stato disputato, perché il pomeriggio è stato caratterizzato dagli scontri fra le due tifoserie, in cui ha preso parte importante anche la polizia. Il tutto è culminato con l’iconica immagine di Zvonimir Boban che ha aggredito un poliziotto, liberando un tifoso della Dinamo.

Fonte: vreme.com

Quello non fu il momento che diede il via alla guerra, ma rappresentò perfettamente il punto a cui erano arrivati i rapporti fra croati (nel caso specifico, tifosi della Dinamo) e serbi (nel caso specifico, tifosi della Stella Rossa).

Da diversi anni, dalla morte del dittatore Josip Broz Tito (1980), era cominciato un processo che avrebbe portato alla disgregazione la Jugoslavia. I toni della politica si erano fatti sempre più accesi. Due visioni nazionalistiche continuavano a scontrarsi. Da una parte Belgrado, guidata da Slobodan Milošević, ambiva alla creazione di una Grande Serbia sul territorio dell’allora Jugoslavia, che comprendeva anche Croazia, Bosnia-Erzegovina, Slovenia e Macedonia. Dall’altra, il progetto indipendentista croato di Franjo Tudjman, che ambiva alla creazione di uno Stato il più possibilmente omogeneo dal punto di vista etnico, sul territorio della Croazia e su parte della Bosnia-Erzegovina. Si trattava di due personaggi che non si sarebbero fatti scrupoli a realizzare i propri disegni con armi, guerra alla popolazione civile, massacri, pulizia etnica e crimini contro l’umanità.

Poco tempo dopo, cominciò il conflitto armato. Il pomeriggio del Maksimir ne era stato solo una prefigurazione in scala ridotta.

È interessante notare che quel pomeriggio a Zagabria, fra gli ultras serbi, c’era Aleksandar Vučić, oggi Presidente della Repubblica di Serbia e in passato convinto sostenitore e membro delle formazioni più radicali e nazionaliste serbe. Di recente, ha dichiarato che in quel momento “era evidente quali fossero i rapporti all’interno della società” e che “era chiaro ciò che stava per accadere e ciò che era negli animi delle persone”. Insomma, era chiaro che la guerra era alle porte.

Fonte: https://quattrocentoquattro.com/2016/05/16/una-volta-jugoslavi-lo-sport-dallunione-alla-guerra/

Non molti anni prima, i tifosi delle due squadre erano all’apparenza in buoni rapporti. Nel nome degli slogan propugnati dal regime di Tito, era necessario insistere sulla fratellanza fra Belgrado e Zagabria. L’autostrada che univa le due città era chiamata Autoput Bratsva i Jedinstva (“L’autostrada della Fratellanza e dell’Unità”). Così, anche sul piano dei rapporti fra la Stella Rossa e la Dinamo era necessario costruire un clima positivo. Ne è indicativa l’immagine a fianco, che rappresenta una coreografia in cui i simboli di Dinamo e Stella Rossa circondano la figura di Josip Broz Tito, accompagnati dal messaggio: “Compagno Tito, noi ti giuriamo fedeltà”.

Il collante fra le tante nazionalità della Jugoslavia era proprio Tito, che, con le buone e le cattive maniere (celebre è il Goli Otok, un campo di prigionia per i ribelli al regime), aveva tenuto a freno le spinte disgregatrici. Quasi tutti i grandi club erano legati a Tito e al regime, almeno fino agli anni Ottanta. Fra questi c’era anche l’Hajduk di Spalato.

La parabola dell’Hajduk.

Fonte: http://www.h-rast.hr/na-danasnji-dan-osnovan-hajduk/

L’Hajduk è l’orgoglio della Dalmazia, la regione meridionale della Croazia. Oggi è un club che rivendica orgogliosamente la propria identità croata. Come tanti altre società del Paese, porta sul proprio stemma la caratteristica scacchiera rossa e bianca.

Sulle origini del club circolano diversi racconti. I poco affidabili giornali di Belgrado hanno insinuato che il club sia stato fondato da un gruppo di serbi, additando fra le ragioni lo stesso nome del club. I hajduci erano oppositori politici che combatterono contro gli occupatori ottomani e asburgici. Secondo le fonti citate dal Kurir e dal Telegraf, molti di essi sarebbero stati di etnia o origine serba, come i fratelli Kaliterna, due dei fondatori della società croata. Ma il racconto in sé risulta davvero approssimativo e non fondato su prove certe.

Più interessante è l’origine del gruppo ultras che segue l’Hajduk: la Torcida di Spalato. Fondata nel 1950, è una delle tifoserie più antiche e violente d’Europa. Secondo gli studi del prof. Hrvoje Klasić, storico dell’Università di Zagabria, il gruppo Ultras sarebbe stato fondato dai vertici della UDBA (la polizia speciale del regime), della JNA (Armata Nazionale Jugoslava) e del Partito Comunista, in gran segreto. L’operazione si sarebbe resa necessaria per limitare i fervori nazionalisti ancora presenti negli stadi a pochi mesi dall’instaurazione del nuovo regime e per controllare meglio il tifo sportivo, potenziale fattore di destabilizzazione in un momento delicato per il Paese. Questo, secondo il prof. Klasić, indicherebbe che la Jugoslavia, soprattutto nei suoi primi anni, fosse a tutti gli effetti un totalitarismo.

Nel 1980, nel momento della morte di Tito, Hajduk e Stella Rossa stavano disputando una partita. La gara fu interrotta all’annuncio della notizia: i giocatori si fermarono in mezzo al campo e il pubblico di Spalato spontaneamente salutò Tito cantando un coro in cui si prometteva fedeltà al dittatore e alla Jugoslavia. Un momento che ancora oggi appare surreale:

Questi fatti, veri o falsi che fossero, non potevano essere motivo d’orgoglio nel momento dell’indipendenza della Croazia e nel clima di orgogliosa rivendicazione nazionale dei primi anni Novanta. L’Hajduk tolse la stella rossa dal proprio stemma nel maggio del 1990 e da quel momento cercò di assecondare sempre più la nuova linea politica croata.

La società pose maggiore attenzione all’etnia dei propri calciatori. Soprattutto nelle selezioni giovanili non era facile vestire la maglia dell’Hajduk senza essere un “puro” croato cattolico. Darijo Srna, figlio di un bosniaco musulmano e di una croata, non fu visto benissimo agli esordi nelle giovanili proprio per questo fatto. In seguito, invece, divenne persino capitano della nazionale. Miladin Dado Pršo, ritenuto da più parti di origine serba, non ha mai esordito nell’Hajduk a causa di un presunto problema cardiaco, che però non gli ha impedito di raggiungere in seguito le semifinali di Champions League con il Monaco né di giocare a lungo nei Rangers.

Ci sono state anche eccezioni a questa tendenza: Mirsad Hibić, bosniaco musulmano, ha giocato a lungo nell’Hajduk, dal 1991 al 1996, prima di approdare al Siviglia.

D’altra parte, anche la Dinamo Zagabria (al tempo denominata Croazia Zagabria), diretta proprio dal presidente Franjo Tudjman, ha annoverato fra i suoi calciatori alcuni bosniaci come Edin Mujčin, Miralem Ibrahimović e Sejad Halilović. Il fatto è interessante perché, sul piano politico, Tudjman si era mostrato molto avverso anche a questa etnia, soprattutto in Erzegovina, dove il conflitto fra croati e bosniaci ha generato uno dei derby più caldi del mondo: Velež-Zrinjski.

L’inferno di Mostar.

Mostar è una delle città più belle della regione balcanica. Si trova nell’odierna Bosnia-Erzegovina e il suo simbolo è il Ponte ottomano che collega le due sponde divise dal fiume Narenta.

Fonte: https://reporter.mk/nashi-faci/mostar-najtopol-grad-vo-evropa-so-izme/

Nel caso ci capitaste, non fatevi ingannare: il ponte è stato ricostruito di recente, mentre quello originale è finito per sempre nelle acque del fiume, dopo essere stato distrutto dall’esercito croato durante la guerra degli anni Novanta.

Qui la battaglia si è svolta fra gli “unionisti” bosniaci (che difendevano l’integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina) e i “separatisti” croati (che ambivano a unire la regione meridionale della Bosnia-Erzegovina al territorio della vicina Croazia).

La battaglia continua sul fronte calcistico. Sono due, oggi, le squadre della città, come sono due le sponde divise dalla Narenta: da una parte ci sono i bosniaci, dall’altra i croati; da una parte si tifa Velež, dall’altra Zrinjski.

Il Velež è stato fondato nel 1922 da un gruppo di lavoratori e ha preso il nome da un monte che si trova nei pressi della città. Durante gli anni Settanta e Ottanta la società ha vissuto un periodo d’oro, vincendo due coppe di Jugoslavia (1981, 1986), raggiungendo la finale della coppa Mitropa (1976) e i quarti di Coppa UEFA (1981). Era un periodo in cui l’intera città vibrava con il club e il Velež era per l’Erzegovina ciò che l’Hajduk era per la Dalmazia: l’unica squadra amata dalla gente.

I maggiori successi sono stati realizzati allo stadio Pod bijelim brijegom, dove oggi gioca le proprie partite lo Zrinjski, società fondata nel 1905, ma inattiva fra il 1945 e il 1992, a causa di un provvedimento del regime comunista. Il club ha portato lungo la sua storia la denominazione Hrvatski Športski Klub (“Società sportiva croata”), ostacolata dal regolamento allora in vigore, che vietava qualsiasi riferimento a realtà nazionali.

Oggi, il Pod bijelim brijegom si trova nella “parte croata” della città e nel 1995 è stato assegnato allo Zrinjski, nonostante in passato sia stato legato alle imprese del Velež.

Durante la guerra (1992-1995), lo stadio era controllato dall’esercito croato, che lo ha usato come punto di raccoglimento e campo di prigionia e tortura per i “non-croati”, fra cui c’erano anche tantissimi tifosi del Velež. Il conflitto ha portato poi a massacri da parte di entrambi gli eserciti contro la popolazione civile, lasciando segni indelebili e vuoti enormi nelle vite di tutti. Tutto questo si riverbera oggi nella rivalità tutt’altro che calcistica fra le due squadre e tifoserie. Gli scontri sono stati spesso violenti e la situazione talvolta incontrollabile anche per le forze dell’ordine.

Nel 2011, i tifosi dello Zrinjski hanno invaso il campo durante un derby, dando il via a una vera e propria caccia all’uomo, costringendo i calciatori rivali a fuggire negli spogliatoi. Nella situazione, si deve tristemente sottolineare il gesto di Mile Pehar, calciatore dello Zrinjski, che ha cercato di ostacolare la fuga di un calciatore avversario, documentata anche nel seguente video:

Il Velež, però, da alcune stagioni milita nella seconda divisione bosniaca, mentre lo Zrinjski si è laureato tre volte campione nazionale negli ultimi tre anni. Le squadre non si sono più incontrate dal momento della retrocessione dei Rodjeni, ma ciò non ha fermato la battaglia fra le due parti.

Gli ultras dello Zrinjski hanno tendenze di estrema destra, con simpatie per l’ideologia ustascia, propria di una formazione nazista della Seconda Guerra Mondiale, rinata negli anni Novanta come neofascista. La tifoseria non organizzata, invece, non ha particolari connotazioni politiche e si caratterizza per un moderato sentimento nazionale croato.

Gli ultras del Velež tendono all’estrema sinistra, rispolverando talvolta anche un nostalgico ideale jugoslavo. Anche qui, la tifoseria non organizzata sfugge a generalizzazioni e etichette, connotandosi soltanto per un moderato sentimento nazionale bosniaco.

Il Velež resta una delle poche società che ancora oggi porta la stella rossa sul proprio stemma, nonostante questa non sia stata usata per un decennio, nell’immediato dopoguerra. La connotazione però non è necessariamente politica, come non lo è nel caso di Partizan e Stella Rossa.

La stella rossa non è (più) la stella rossa.

La stella rossa non ha più un significato politico o ideologico. Il simbolo che il regime di Tito ha imposto a tutte le società jugoslave è stato tolto dalla maggior parte dopo la dissoluzione del Paese. I due più grandi club serbi sono rimasti fra i pochi che hanno mantenuto la stella rossa sul proprio stemma (la Stella Rossa anche nel nome), anche se né i club né le tifoserie hanno più a che fare con il socialismo.

Le due tifoserie organizzate si connotano per aperte simpatie verso il movimento dei cetnici, ultranazionalisti serbi che si sono resi protagonisti delle più inaudite atrocità durante la guerra degli anni Novanta. Per la precisione, il capo ultras della Stella Rossa è stato a lungo Željko Ražnatović Arkan, che ha creato il movimento paramilitare delle Tigri, macchiatesi di crimini contro la popolazione civile in Croazia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo. I “veterani” delle Tigri oggi compongono in ottimo numero il gruppo dei cosiddetti Delije (“eroi”), gli ultras della Stella Rossa, fra i più violenti al mondo. I loro interventi politici sono molto frequenti, volti a inneggiare al più becero nazionalismo serbo, a celebrare criminali di guerra e spesso anche a prendere in giro quelle che sono state le loro vittime.

Grandi rivali dei Delije, ma sostanzialmente allineati con loro in fatto di visione politica, sono i Grobari del Partizan, che l’11 luglio 2017, nell’anniversario del genocidio di Srebrenica (8732 le vittime bosniache), hanno celebrato Ratko Mladić, autore dello stesso massacro.

Queste manifestazioni a favore di un’ideologia che sembrava alle spalle della società europea dopo la Seconda Guerra Mondiale mostrano un preoccupante quadro di una parte della società serba…

 

 

Dino Huseljic Written by: