Ti sento. Il calcio visto da chi non vede

Lo straordinario mondo dei tifosi non vedenti

 

Miguel.

“No veo, però te siento”.

Ricorderete tutti Miguel, il tifoso non vedente che agli ultimi Europei assisteva alle partite della sua Spagna con le parole “No veo, però te siento” dipinte di rosso sul suo pancione: non vedo, però ti sento.

Uno dei tanti bei risvolti delle lingue neolatine, italiano e spagnolo ad esempio, è che il vocabolo “sentire” ha spesso una duplice valenza: quella di “ascoltare”, nell’accezione sensoriale del termine, ma anche e soprattutto quella di “percepire”, “provare” riferito a emozioni, sentimenti. Niente di più adatto per cominciare a capire come, e perché, chi non vede come noi riesce a tifare esattamente come noi.

Gli altri.

Tante altre storie.

In realtà, nel mondo del calcio storie come quella di Miguel sono meno rare di quanto possa sembrare.

Walter, mascotte dei tifosi del San Lorenzo, salta e canta in curva mentre tiene una radiolina all’orecchio per seguire in qualche modo le azioni dei Cuervos che non può vedere con gli occhi. Roy, dopo più di mille partite al seguito dei sui Bristol Rovers, la radiolina non la usa nemmeno più: a suo dire, le reazioni della folla sono ben più esplicative, e grazie ad esse lui riesce ad immaginarsi le fasi di gioco con una precisione addirittura superiore. Il supporter più famoso del Bohemians 1905, terzo club calcistico di Praga, è proprio un non vedente che in compagnia del suo fedele cane guida non salta mai un incontro dei biancoverdi: “non vedo con gli occhi ma col cuore” dice, parafrasando il de Saint-Exupery.

Il nocciolo della faccenda è proprio questo. Vivere un’opera d’arte si articola sostanzialmente in due fasi: l’avvicinamento sensoriale (guardare la Gioconda, ascoltare la Pastorale, mangiare un Mont Blanc) e l’emozione (il moto soggettivo e intangibile che l’unicità dell’opera d’arte procura). Il calcio, in quanto opera d’arte, non sfugge certo a tale struttura.

Noi.

Cosa cambia in fondo?

Seguiamo le partite, osserviamo le disposizioni tattiche e i possessi di palla, i movimenti e i colpi del mestiere: passaggi, marcature, tiri, gol. La bellezza del calcio ci travolge in ogni sua parte, una traiettoria imparabile o il decollo di un portiere ci lasciano senza parole. Sono emozioni che questi tifosi non potranno mai provare. Ma il calcio è un’opera d’arte strana, è – per loro e nostra fortuna – un’opera d’arte collettiva: la tua squadra segna, tu godi ed esulti. Ma dopo pochi secondi capisci che sta succedendo qualcosa di strano, che quell’esultanza non è più solo tua.

Il tifo, quello vero, non è nel riconoscere la bellezza del gesto tecnico che ci fa alzare tutti in piedi, ma condividere con i nostri simili la gioia che ne deriva. È calore, comunione, senso di appartenenza. Siamo convinti che nessuno, al vedere un cieco allo stadio, riuscirebbe a non pensare alla paradossalità della scena, anche se inconsciamente. In realtà siamo tanto abituati ai nostri automatismi biologici da non poterne immaginare di diversi. Da scambiare il mezzo con il fine. Ma vai a vedere che, a conti fatti, per amare davvero questi due occhi non siano poi così necessari come crediamo noi?

Francesco Verrone Written by:

Aspirante ingegnere, aspirante musicista, aspirante scrittore, esperto in aspirazioni.